Le due anime di Annamode
Se si esclude la maniacale accuratezza di scuola viscontiana di Marcel Escoffier e Piero Tosi, i quali da Senso (1954) in poi cominciarono a ricostruire le epoche secondo un criterio di meticolosa fedeltà storica, applicandolo ad ogni minimo dettaglio e agli accessori, possiamo notare come in moltissimi film in costume d'epoca la moda del momento abbia infiltrato più o meno profondamente il disegno dei figurini delle epoche più remote. Un costume cinquecentesco realizzato per un film degli anni Quaranta del Novecento non di rado rifletteva il gusto della moda contemporanea, anche per la cultura sartoriale del tagliatore: le inquartate rinascimentali del blasettiano La cena delle beffe (1941), per esempio, seppur disegnate dal grande costumista Gino Carlo Sensani, esibivano un tipo di voluminosa spalla quadrata che andava di moda nell'Italia fascista dei primi anni Quaranta. Allo stesso modo gli abiti Impero disegnati da Maria De Matteis per le attrici che compaiono nella sequenza del ballo di Guerra e pace (1956) non scendono secondo quella linea diritta e verticale che ritroviamo nei quadri di Delacroix, ma si allargano sui fianchi con un disegno a sbieco che li rende più dolci, certamente più vicini al gusto degli anni Cinquanta del Novecento, quando vennero realizzati dalla sartoria Annamode.
Tra le grandi sartorie cineteatrali europee Annamode è quella che meglio di tutte le altre ha incarnato l'amletico dualismo tra moda e costume, perché per gran parte della sua storia ha avuto due anime, abbinando il lavoro nel settore della moda e dell'alta moda con quello nel settore del costume per lo spettacolo, nel quale giocava a tutto campo, passando dal cinema alla rivista, dal teatro di prosa alla lirica, senza dimenticare la televisione, dalle prime edizioni di “Canzonissima” agli storici sceneggiati.
L'atelier delle sorelle Allegri nacque nell'Italia appena uscita dalla catastrofe sociale, economica ed umana della Seconda guerra mondiale, precisamente nel 1946, per iniziativa di Anna Allegri, all'epoca venticinquenne signora della borghesia fiorentina, che nel giro di pochi anni seppe conquistare con le sue invenzioni sartoriali ed una coinvolgente simpatia dapprima le signore del bel mondo romano e quindi i costumisti che lavoravano nell'alveo del rinascente cinema italiano, coagulato attorno al Neorealismo. Con l'arrivo della sorella minore Teresa, al principio degli anni Cinquanta l'atelier Annamode si affermò come una fucina di idee e di stile nella quale convivevano due attività che si intrecciavano l'una nell'altra: una votata a soddisfare la sete di eleganza da parte di signore sempre più esigenti in un'Italia incamminata sulla via del boom economico, un'altra pronta a rispondere alle sempre più frequenti richieste di costume d'epoca da parte di Cinecittà. Abiti da sera e costumi per il cinema nascevano in due laboratori diversi ma contigui, che inevitabilmente diventavano vasi comunicanti attraversati da idee e soluzioni che transitavano da una parte all'altra. Tra i frequentatori dell'atelier c'erano i più nobili eredi della lezione costumistica di Sensani, da Maria De Matteis a Piero Tosi, che da Annamode realizzò i costumi per molti suoi film, come quelli indossati da Maria Schell in Le notti bianche (1957) di Luchino Visconti, altro abituale frequentatore dell'atelier.
La prima sfilata di Annamode venne realizzata alla fine degli anni Cinquanta senza mannequin professioniste, con gli abiti indossati dalle clienti dell'atelier, alcune delle quali erano le stesse attrici vestite nei film o appartenevano comunque al mondo del cinema. C'erano Giovanna Valeri, figlia del poeta Diego Valeri, nonché moglie e collaboratrice di Giuseppe De Santis, Anna Sallusti, moglie dell'operatore Massimo Sallusti, Goga Girotti, consorte di Massimo Girotti, Flora Carabella, moglie di Marcello Mastroianni, Lyla Rocco e molte altre attrici. Sia nel laboratorio di moda, sia in quello di costume le sorelle Allegri sperimentavano continuamente nuovi materiali. Venne utilizzata perfino la plastica per i mantelli indossati dalle mannequin nella sfilata ai bordi della piscina nell'episodio felliniano Toby Dammitt del film collettivo Tre passi nel delirio (1967), su figurini di Tosi.
La storia di Annamode ha seguito l'evolversi del cinema e della società italiana, anticipandone talvolta tendenze e sapori, interpretandone umori ed esigenze, mentre grandi attrici si alternavano nelle sue sale prove, da Sophia Loren a Gina Lollobrigida, da Ingrid Bergman a Claudia Cardinale, da Charlotte Rampling a Liza Minnelli, un elenco che potrebbe essere infinito e che ci conduce fino alle star di anni a noi più vicini, da Maria Grazia Cucinotta a Scarlett Johansson, mentre una generazione si succedeva all'altra, fuori e dentro l'atelier. Annamode continua a ispirarsi alla lezione della compianta Anna e dell'ancora battagliera Teresa, lezione basata su un'amorevole cura artigianale per ogni dettaglio del prodotto e sulla capacità di porsi al servizio delle esigenze dei costumisti in una fase storica che ha visto mutare profondamente i margini di manovra delle produzioni d'epoca. La sua immagine è quella di un'antica sartoria familiare che, pur rimanendo fedele a se stessa nello spirito, ha saputo rinnovarsi profondamente facendo ricorso anche alle nuove tecnologie, sulla spinta delle giovani energie che l'hanno ravvivata in questi ultimi anni.
Stefano Masi